sabato 24 febbraio 2018

Le lacrime del pentimento sono la più potente energia del cuore umano


Il conte. La prima grandine che distruggeva la nostra semina

C’è un’età in cui la vita è sogno. C’è un’età in cui l’amore vola sulle ali della fantasia: è la stagione dell’infanzia, un passaggio obbligato e un cammino felice per tutti, ma spesso diventa anche il periodo dove si insinua inosservato il seme amaro della non-vita. Negli anni verrà allo scoperto e infesterà i frutti dell’albero della vita. Così è capitato per il conte.
«Vi devo dare una brutta notizia, L. è morto! Sì. Questa mattina lo abbiamo trovato morto a letto. Arresto cardiaco. La salma ora è vicino al cimitero del Verano, per l’autopsia». Fredda e laconica la telefonata della sorella e confuso il colloquio con la madre. La morte del primo ragazzo del Centro, appena diciassettenne! Mille e inquietanti gli interrogativi: abbiamo in due anni dato quanto era nelle nostre possibilità? Forse la risposta non l’avremo mai!
L. è uno dei primi inviati dal tribunale penale, soggetto a un provvedimento alternativo al carcere. Imputazioni? Rissa, lesioni aggravate, tentato omicidio! L. era appena un ragazzo. Si concordò con i servizi sociali un programma educativo, centrato sulla revisione dei suoi comportamenti illegali e antisociali e sul recupero scolastico. È stato un lavoro faticoso, durato vari mesi. Il ragazzo era tesissimo, carico di sofferenze represse, apparentemente spavaldo e forte, ma dentro pieno di rabbia e di paure; scadente il grado di cultura e problematica la situazione personale e familiare. I genitori vivevano separati: il padre si era allontanato da casa, mentre la madre si era formata una nuova famiglia e dedicava parte della giornata alla casa dove erano rimasti a vivere da soli i tre figli.
L. vive la sua adolescenza sulla strada. La scuola? Sospensioni a ripetizione! Temuto da molti nella zona, era stimato e cercato da persone adulte e da coetanei ben inseriti nella criminalità organizzata. Abile nel giuoco del calcio, amava soprattutto praticare il pugilato. Aveva una forte avversione per la droga, anche per l’esperienza del fratello maggiore tossicodipendente. Pronunciava parole severe contro chi spacciava o faceva abuso di sostanze tossiche. Non accettava la condizione di ragazzo disagiato, emarginato, come non tollerava di essere secondo a nessuno. Curava molto la sua immagine; era ricercato nell’abbigliamento, assumeva atteggiamenti spavaldi e raffinati, per essere al passo con quelli che contavano nel quartiere: li frequentava, ne studiava le astuzie, disponibile per lavoretti, che la mala del quartiere gli affidava. «A casa dobbiamo mangiare. Ed io devo darmi da fare. E i soldi si possono fare in tanti modi. Ma sta’ tranquillo, non farò mai del male a nessuno». Tenta anche alcuni lavori: barista, volantinaggio, pony-express, buttafuori in discoteca, pur avendo un fisico minuto.
Il programma si concluse con gli esami di licenza media, alla fine di giugno.
Ormai era un ragazzo gentile, sereno, rispettoso. Ricordiamo tutti i suoi incredibili atteggiamenti di inquietudine e di minacce nel primo mese di presenza tra di noi. Lo chiamavamo “mister sputo”: erano da record i suoi getti di saliva, ovunque e comunque, tale era la sua carica esplosiva. Un giorno, da una finestra, decorò di sputi a ripetizione la testa dell’incauto spazzino; il malcapitato infuriato entrò urlando nell’atrio del Centro. «Io quello lì lo ammazzo!». Gli misi la mano sulla spalla. Tentai di calmarlo. «Quello... è un ragazzo inviato dal tribunale penale, sta qui perché accusato di tentato omicidio». Non conclusi neanche le spiegazioni del caso che lo spazzino strinse il manico della scopa, si morse le labbra e mi salutò. «Vabbè! Ditegli di stare più attento». E con passo veloce si allontanò.
Nei primi giorni il temutissimo ragazzo girava per il Centro con un piccolo coltello in mano, ricattando ragazzi e operatori. «Io sono come una pila elettrica. Chi si avvicina a me prende la scossa. Mi dovete rispetto, sennò...». Non potevo tollerare una sfida aperta alla nostra pazienza. Due operatrici si allontanarono dal Centro, dopo alcune sue minacce. Studiai una soluzione, che molti giudicarono pericolosa. Presi dalla cucina un coltellaccio, che serviva per affettare la carne e dal guardaroba delle grosse forbici. Posi tutto sulla scrivania della direzione con accanto una benda. Chiamai mister sputo, lo
feci accomodare davanti a me. «Ti offro una grande opportunità. So delle tue minacce continue ad alcuni operatori. Non c’è sfizio ad ammazzare uno di loro. Se invece fai fuori il direttore del Centro, allora dimostri di essere importante. Ecco: qui c’e tutto. Mi puoi bendare, così non vedi i miei occhi. Ci sono forbici e coltello più adatti di quel temperino, non adatto neppure per uccidere una mosca. Io sono qui. Ti prego solo di dare colpi secchi, decisi: soffrirei di meno». L. mi guardava stupito, non riusciva a dire una parola. Si mordeva le labbra, attorcigliava con nervosismo la sciarpa, sputava per terra e col piede batteva sempre con maggiore violenza l’esterno del tavolo. Lo invitai, fissandolo bene negli occhi, varie volte e sempre con toni insistenti e convincenti a passare all’azione. «Forza, coraggio!». Il dialogo, forse più un monologo, fatto di silenzi lunghi e frasi smorzate, durò circa dieci minuti. I suoi occhi, fissi ora nel vuoto, ora al pavimento, cominciarono ad inumidirsi. All’improvviso ebbe uno scatto, gettò via la sciarpa che aveva arrotolata tra le mani e si butto tra le mie braccia, scoppiando in un pianto dirotto e prolungato.
Si dice che è incalcolabile il valore di un sorriso. Credo che le lacrime del pentimento siano la più potente energia del cuore umano. Ricorderò quelle lacrime come la più cara eredità che ci abbia lasciato “er bullo del Tufello” nella sua breve e dolorosa vita terrena. Come liberato dalla prigione di futile arroganza, tra lo stupore generale, cambiò radicalmente atteggiamento verso tutti; divenne gentile, cortese e disponibile. Di “mister sputo” rimaneva solo il ricordo. Per noi ormai era diventato “il conte”. Qualcuno sottolineò il rischio del mio tentativo. Nessuno sapeva che nel tiretto della scrivania avevo sistemato un pesante crocefisso, pronto a far scendere in campo, in caso di necessità. Quante invocazioni durante i nostri silenzi! Lui ci aveva aiutato!
Il conseguimento della licenza media fu il frutto di una strategia didattica, che caratterizza ormai il nostro progetto. La scuola? La strada, il centro, la casa; il professore di turno si sistemava dietro il motorino e in giro per Roma ripassava le lezioni.
Arrivò il giorno della domanda per gli esami. Presentarsi agli esami? Dove?
«Per me cercate una scuola lontana, dove promuovono anche gli analfabeti».
«Se vuoi così, va bene. Però io...»
«Cosa vuoi dire?».
«Niente, niente, io andrei altrove...»
«Ma siccome gli esami devo farli io... si va fuori Roma. Mettimi una raccomandazione».
Il giorno dopo, mentre stavamo sistemando la domanda, ripresi a provocarlo.
«Io veramente uno sfizio me lo toglierei. Se fossi in te, per gli esami andrei nella tua scuola».
«Siete pazzo! Quelli mi linciano. Ne ho combinate di tutti i colori. Ho incendiato i registri, ho menato una professoressa, ho verniciato con scritte offensive la presidenza, ho messo il lassativo nel caffè dei bidelli».
«Va bene. Come vuoi tu. Era solo una battuta».
Dopo tre giorni ritornò al Centro raggiante.
«Sono stato a scuola in queste tre mattine. Ho squadrato la situazione. Ieri ho salutato i professori. Ho visto anche la preside. Mi hanno chiesto tante cose. Sono stati gentilissimi e carini...».
Era un ruffiano nato; aveva una forza per catturare la simpatia delle persone che sconcertava. Era nato per essere un capo. Fu promosso con una valutazione superiore alla sufficienza. Si era riconciliato con la scuola! L’aver conseguito la licenza media era una rivincita sui propri comportamenti aggressivi, antisociali.
L. aveva il culto dell’amicizia. Più di una volta ha voluto che celebrassi una Messa per due amici suoi, morti tragicamente in un incidente stradale. Voleva che lo accompagnassi ogni tanto al cimitero. E in quel luogo si parlava di vita e di morte. Al Centro aveva anche ricevuto il sacramento della Cresima. Di quella festa serbava un caro ricordo.
Non è stato così per la terza sfida, la più importante. Gli era stata concessa la “messa alla prova”. Fu sincero nell’ammettere i suoi limiti. «Non ce la faccio proprio. Devo badare a mantenermi e aiutare in casa». E così è ritornato nel “giro” di affari illeciti; non ne faceva mistero. Nell’ultimo incontro mi confidò i suoi progetti. «Ma primo o dopo devo smettere. Non si può vivere tutta una vita così. Devo sistemare solo alcune faccende. Conservo la tua lettera e l’immagine di don Bosco. Guarda, se non ci credi». Su di un foglio sgualcito rilessi la lettera che gli avevo indirizzato insieme a un regalino. «Caro L., sei licenziato, intendiamoci, hai conquistato la licenza media. Non ti stupire: non è un sogno! Ma un miracolo sì! Certo ogni volta che ripensiamo ai tuoi primi giorni al Centro, ci viene da inorridire. Ora ci ridiamo, ma allora... È vero, ne hai fatti di progressi. Bene! Ci complimentiamo con te. Con tutti i tuoi problemi hai dimostrato che, quando vuoi, puoi riuscire a realizzare anche sogni impossibili. Avere un titolo di studio è sempre una soddisfazione. Hai imparato tante cose nuove. Hai capito che la scuola non è solo quella fatta di banchi e di lavagne: anche il mondo, le persone che si incontrano, le cose che si vedono, possono insegnarci cose belle o cose brutte. Ricordi? Di imparare non si finisce mai... Ora sei solo a metà della strada: bisogna ora affrontare la seconda tappa, ancora più dura...». Ma nel momento dell’ultima crisi, noi eravamo altrove... mentre la sua vita si perdeva nel tempo.
Il giorno del suo funerale fu il trionfo dell’amicizia. Quanti ragazzi, quanti giovani! Attorno a quella bara tanti fiori, con la stessa scritta “Gli amici...”. Nessuno avrebbe pensato che avesse dentro una calamita capace di creare una rete incredibile di affetti. Quelle lacrime e quegli applausi, quella presenza composta e dignitosa in chiesa sono stati il segno della sua accattivante simpatia.
Con la morte di L. sembrava che il nostro progetto fosse finito nel nulla: era la prima grandine che aveva distrutta la nostra semina. C’era aria di fallimento. Eppure in seguito ho capito che il seme da noi gettato va oltre la persona del ragazzo. Con i familiari è rimasto un rapporto sacerdotale commovente. Con loro si prega sulla tomba, con loro abbiamo organizzato la santa messa del primo anniversario; fu ricordato nella cappella del Centro, alla presenza di tanti giovani, raccolti e devoti. Undici amici avevano lavorato per giorni a un grande murales su di un muro del quartiere: “L. nel cuore”. Peccato che questo valore non sia stato recepito dal suo parroco nel giorno del funerale: per la Santa Messa ci fu proibito di concelebrare! Per convenienza, si disse! Per la gente del quartiere L. era un delinquente e sarebbe stato uno scandalo vedere più preti sull’altare. Fu invitato, per la circostanza, un sacerdote estraneo, che non sapeva neppure come era il volto del giovanissimo defunto. Quante infamie commesse e quante offese alla carità per paura del giudizio della gente! Neppure il tempo è riuscito a lenire l’amarezza per un simile comportamento, assurdo, in contrasto con una manifestazione di amicizia vera, in chiesa e fuori, con un comportamento dignitoso e con una partecipazione devota e commovente. In quel giorno ho provato un pizzico di invidia. Magari potessi avere tanti giovani al mio funerale! Era questo il vero scandalo. Davanti a quel fiume di solidarietà giovanile ero addolorato, ma riconoscente a Lui, per avermi dato un pezzo di quel gregge allo sbando. Si è aperta un’altra strada per il conte, quella lunga, eterna, dove giustizia e pace si baceranno. A noi resta lo spettro di peccati di omissione.
Al Centro è conservata la coppa che vinse, come miglior giocatore, a un torneo di calcio. Ogni volta che la guardo penso al suo ultimo traguardo. La vita è un dono, la morte è un atto dovuto, per tutti. Abbiamo fiducia che in fondo alla strada della sua breve vita ci sia stato Lui ad accoglierlo tra le sue braccia. Noi, forse, non ci abbiamo creduto abbastanza.


Tratto da Alfonso Alfano, Pischelli in Paradiso. Storie di ragazzi di strada, Roma 2000, pp. 48-53.

domenica 11 febbraio 2018

un piccolo seme: lettera agli operatori

Innanzitutto siamo fermamente convinti che anche il ragazzo più delinquente può diventare migliore. i nostri ragazzi non ci credono. Hanno paura di essere diversi. Si sentono destinati a vivere oramai un'esistenza da emarginati, immersi in un contesto sociale, familiare e scolastico, tra conflitti, miseria materiale o morale.
Non ci credono i genitori e i parenti, a loro volta vittime incurabili di dolorose miserie.
Non ci credono i professori a scuola, impotenti a gestire comportamenti ostili.
Non ci credono neppure i servizi sociali territoriali davanti a storie senza sbocco.
Non ci credono talvolta neppure gli educatori!
Noi dobbiamo andare oltre, varcare la soglia delle paura e del tempo.
L'educatore è l'uomo delle grandi sfide. E' un uomo di speranza: guarda al soprannnaturale, verso il regno dei cieli, dove gli ultimi saranno i primi.
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Ma nulla resta  maggiormente degno dei nostri sforzi quanto la nostra tenacia nel non mollare mai, nel continuare a sperare, ad oltranza, contro ogni speranza, a lottare contro la tentazione della resa, convinti che una possibilità di riuscita c'è sempre.
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Il nostro compito, nobile quanto quelli di trasmettere la vita ad una nuova creatura, è seminare e riseminare sempre, con la certezza che non tutti i semi cadranno in terreni aridi. A noi non tocca raccogliere. Sarà la via a  stabilire chi e quando avverrà. Educare un ragazzo deviante significa partorirlo alla vita una secondo volta.

(Icaro torna a volare - pag.41-42)

domenica 4 febbraio 2018

Sulle strade... di Don Bosco...

"Ascolta il cuore - mi diceva la mamma - ma non ti inimicare il cervello: questi devono essere dei buoni fratellini; hanno bisogno l'uno dell'altro. E' però sempre il cuore che fa le cose importanti della nostra vita, non sono le ricchezze, ma la pace  del cuore che rende piacevole il tuo volto, non gli oggetti d'oro".
Forse sono state quelle parole, allora incomprensibili, forse è stato il clima semplice, genuino, autenticamente religioso dell'infanzia, ad accompagnare i primi passi sulla via dei poveri.
Certamente, alla  scuola di Don Bosco ho imparato a capire il linguaggio dei ragazzi, dalla sua passione per "ladroncelli e sbandati" ho scoperto la gioia della compagnia dei ragazzi senza vitamine di amore. E' stato il suo animo di educatore, grande come la sabbia del mare, ad insegnarmi il valore del nulla ti turbi. Ho riscoperto nella sua pedagogia la pazienza tenace del contadino, quella stessa forza vissuta accanto alla mia gente. Santa pazienza nell'attesa del raccolto!...
...Don Bosco mi ha convinto che anche con pochi spiccioli si può scommettere sulla salvezza di un'anima. ... Per anni ho subito il tormento dell'interpretazione della categoria dei "giovani poveri e abbandonati"... Talvolta  le disquisizioni erano solo  paravento per mascherare una vita comoda o nascondere la paura di liberarsi dalle proprie insicurezze....
Solo quando i ragazzi della strada torneranno ad essere i signori delle nostre premure, si potrà rivivere la stagione delle origini.
(Don Alfonso Alfano - "Sulle strade del cuore" 1996 -  pag.67)



Cenni Biografici

Don Alfonso Alfano (per tutti Zi Fonzo) è nato a Sant'Antonio Abate il 26/11/1936. E' diventato salesiano e sacerdote dedicando l'intera vita ai ragazzi prima Resina nel convitto, po come incaricato dell'oratorio a Caserta, come Parroco a Soverato e come Superiore dei Salesiani dell'Ispettoria Meridionale. Successivamente a Roma si è occupato dei salesiani cooperatori e ha fondato il Centro Accoglienza Minori un centro diurno polifunzionale nato per accogliere i minori o giovani adulti sottoposti a misure penali alternative al carcere. Nel 1998 è tornato a Napoli e ha fondato il Centro diurno Le Ali proseguendo quanto iniziato a Roma e senza fermarsi fino alla fine... è tornato alla casa del Padre il 26 gennaio 2017 proprio mentre il Centro Accoglienza Minori di Roma stava celebrando i 25 anni di apertura.
Ha pubblicato diversi libri tutti con l'intento di diffondere la passione educativa per i ragazzi in difficoltà.