Il conte. La prima grandine
che distruggeva la nostra semina
C’è
un’età in cui la vita è sogno. C’è un’età in cui l’amore vola sulle ali della
fantasia: è la stagione dell’infanzia, un passaggio obbligato e un cammino
felice per tutti, ma spesso diventa anche il periodo dove si insinua
inosservato il seme amaro della non-vita. Negli anni verrà allo scoperto e
infesterà i frutti dell’albero della vita. Così è capitato per il conte.
«Vi
devo dare una brutta notizia, L. è morto! Sì. Questa mattina lo abbiamo trovato
morto a letto. Arresto cardiaco. La salma ora è vicino al cimitero del Verano,
per l’autopsia». Fredda e laconica la telefonata della sorella e confuso il
colloquio con la madre. La morte del primo ragazzo del Centro, appena
diciassettenne! Mille e inquietanti gli interrogativi: abbiamo in due anni dato
quanto era nelle nostre possibilità? Forse la risposta non l’avremo mai!
L.
è uno dei primi inviati dal tribunale penale, soggetto a un provvedimento
alternativo al carcere. Imputazioni? Rissa, lesioni aggravate, tentato
omicidio! L. era appena un ragazzo. Si concordò con i servizi sociali un
programma educativo, centrato sulla revisione dei suoi comportamenti illegali e
antisociali e sul recupero scolastico. È stato un lavoro faticoso, durato vari
mesi. Il ragazzo era tesissimo, carico di sofferenze represse, apparentemente
spavaldo e forte, ma dentro pieno di rabbia e di paure; scadente il grado di
cultura e problematica la situazione personale e familiare. I genitori vivevano
separati: il padre si era allontanato da casa, mentre la madre si era formata
una nuova famiglia e dedicava parte della giornata alla casa dove erano rimasti
a vivere da soli i tre figli.
L.
vive la sua adolescenza sulla strada. La scuola? Sospensioni a ripetizione!
Temuto da molti nella zona, era stimato e cercato da persone adulte e da
coetanei ben inseriti nella criminalità organizzata. Abile nel giuoco del
calcio, amava soprattutto praticare il pugilato. Aveva una forte avversione per
la droga, anche per l’esperienza del fratello maggiore tossicodipendente.
Pronunciava parole severe contro chi spacciava o faceva abuso di sostanze
tossiche. Non accettava la condizione di ragazzo disagiato, emarginato, come
non tollerava di essere secondo a nessuno. Curava molto la sua immagine; era
ricercato nell’abbigliamento, assumeva atteggiamenti spavaldi e raffinati, per
essere al passo con quelli che contavano nel quartiere: li frequentava, ne
studiava le astuzie, disponibile per lavoretti, che la mala del quartiere gli affidava.
«A casa dobbiamo mangiare. Ed io devo darmi da fare. E i soldi si possono fare
in tanti modi. Ma sta’ tranquillo, non farò mai del male a nessuno». Tenta
anche alcuni lavori: barista, volantinaggio, pony-express, buttafuori in
discoteca, pur avendo un fisico minuto.
Il
programma si concluse con gli esami di licenza media, alla fine di giugno.
Ormai
era un ragazzo gentile, sereno, rispettoso. Ricordiamo tutti i suoi incredibili
atteggiamenti di inquietudine e di minacce nel primo mese di presenza tra di
noi. Lo chiamavamo “mister sputo”: erano da record i suoi getti di saliva,
ovunque e comunque, tale era la sua carica esplosiva. Un giorno, da una finestra,
decorò di sputi a ripetizione la testa dell’incauto spazzino; il malcapitato
infuriato entrò urlando nell’atrio del Centro. «Io quello lì lo ammazzo!». Gli
misi la mano sulla spalla. Tentai di calmarlo. «Quello... è un ragazzo inviato
dal tribunale penale, sta qui perché accusato di tentato omicidio». Non
conclusi neanche le spiegazioni del caso che lo spazzino strinse il manico
della scopa, si morse le labbra e mi salutò. «Vabbè! Ditegli di stare più
attento». E con passo veloce si allontanò.
Nei
primi giorni il temutissimo ragazzo girava per il Centro con un piccolo
coltello in mano, ricattando ragazzi e operatori. «Io sono come una pila
elettrica. Chi si avvicina a me prende la scossa. Mi dovete rispetto, sennò...».
Non potevo tollerare una sfida aperta alla nostra pazienza. Due operatrici si
allontanarono dal Centro, dopo alcune sue minacce. Studiai una soluzione, che
molti giudicarono pericolosa. Presi dalla cucina un coltellaccio, che serviva
per affettare la carne e dal guardaroba delle grosse forbici. Posi tutto sulla
scrivania della direzione con accanto una benda. Chiamai mister sputo, lo
feci
accomodare davanti a me. «Ti offro una grande opportunità. So delle tue minacce
continue ad alcuni operatori. Non c’è sfizio ad ammazzare uno di loro. Se
invece fai fuori il direttore del Centro, allora dimostri di essere importante.
Ecco: qui c’e tutto. Mi puoi bendare, così non vedi i miei occhi. Ci sono
forbici e coltello più adatti di quel temperino, non adatto neppure per
uccidere una mosca. Io sono qui. Ti prego solo di dare colpi secchi, decisi:
soffrirei di meno». L. mi guardava stupito, non riusciva a dire una parola. Si
mordeva le labbra, attorcigliava con nervosismo la sciarpa, sputava per terra e
col piede batteva sempre con maggiore violenza l’esterno del tavolo. Lo
invitai, fissandolo bene negli occhi, varie volte e sempre con toni insistenti
e convincenti a passare all’azione. «Forza, coraggio!». Il dialogo, forse più
un monologo, fatto di silenzi lunghi e frasi smorzate, durò circa dieci minuti.
I suoi occhi, fissi ora nel vuoto, ora al pavimento, cominciarono ad
inumidirsi. All’improvviso ebbe uno scatto, gettò via la sciarpa che aveva
arrotolata tra le mani e si butto tra le mie braccia, scoppiando in un pianto
dirotto e prolungato.
Si
dice che è incalcolabile il valore di un sorriso. Credo che le lacrime del
pentimento siano la più potente energia del cuore umano. Ricorderò quelle
lacrime come la più cara eredità che ci abbia lasciato “er bullo del Tufello”
nella sua breve e dolorosa vita terrena. Come liberato dalla prigione di futile
arroganza, tra lo stupore generale, cambiò radicalmente atteggiamento verso
tutti; divenne gentile, cortese e disponibile. Di “mister sputo” rimaneva solo
il ricordo. Per noi ormai era diventato “il conte”. Qualcuno sottolineò il
rischio del mio tentativo. Nessuno sapeva che nel tiretto della scrivania avevo
sistemato un pesante crocefisso, pronto a far scendere in campo, in caso di
necessità. Quante invocazioni durante i nostri silenzi! Lui ci aveva aiutato!
Il
conseguimento della licenza media fu il frutto di una strategia didattica, che
caratterizza ormai il nostro progetto. La scuola? La strada, il centro, la
casa; il professore di turno si sistemava dietro il motorino e in giro per Roma
ripassava le lezioni.
Arrivò
il giorno della domanda per gli esami. Presentarsi agli esami? Dove?
«Per
me cercate una scuola lontana, dove promuovono anche gli analfabeti».
«Se
vuoi così, va bene. Però io...»
«Cosa
vuoi dire?».
«Niente,
niente, io andrei altrove...»
«Ma
siccome gli esami devo farli io... si va fuori Roma. Mettimi una
raccomandazione».
Il
giorno dopo, mentre stavamo sistemando la domanda, ripresi a provocarlo.
«Io
veramente uno sfizio me lo toglierei. Se fossi in te, per gli esami andrei
nella tua scuola».
«Siete
pazzo! Quelli mi linciano. Ne ho combinate di tutti i colori. Ho incendiato i
registri, ho menato una professoressa, ho verniciato con scritte offensive la
presidenza, ho messo il lassativo nel caffè dei bidelli».
«Va
bene. Come vuoi tu. Era solo una battuta».
Dopo
tre giorni ritornò al Centro raggiante.
«Sono
stato a scuola in queste tre mattine. Ho squadrato la situazione. Ieri ho
salutato i professori. Ho visto anche la preside. Mi hanno chiesto tante cose.
Sono stati gentilissimi e carini...».
Era
un ruffiano nato; aveva una forza per catturare la simpatia delle persone che
sconcertava. Era nato per essere un capo. Fu promosso con una valutazione
superiore alla sufficienza. Si era riconciliato con la scuola! L’aver
conseguito la licenza media era una rivincita sui propri comportamenti
aggressivi, antisociali.
L.
aveva il culto dell’amicizia. Più di una volta ha voluto che celebrassi una
Messa per due amici suoi, morti tragicamente in un incidente stradale. Voleva
che lo accompagnassi ogni tanto al cimitero. E in quel luogo si parlava di vita
e di morte. Al Centro aveva anche ricevuto il sacramento della Cresima. Di quella
festa serbava un caro ricordo.
Non
è stato così per la terza sfida, la più importante. Gli era stata concessa la “messa
alla prova”. Fu sincero nell’ammettere i suoi limiti. «Non ce la faccio
proprio. Devo badare a mantenermi e aiutare in casa». E così è ritornato nel “giro”
di affari illeciti; non ne faceva mistero. Nell’ultimo incontro mi confidò i
suoi progetti. «Ma primo o dopo devo smettere. Non si può vivere tutta una vita
così. Devo sistemare solo alcune faccende. Conservo la tua lettera e l’immagine
di don Bosco. Guarda, se non ci credi». Su di un foglio sgualcito rilessi la
lettera che gli avevo indirizzato insieme a un regalino. «Caro L., sei licenziato,
intendiamoci, hai conquistato la licenza media. Non ti stupire: non è un sogno!
Ma un miracolo sì! Certo ogni volta che ripensiamo ai tuoi primi giorni al
Centro, ci viene da inorridire. Ora ci ridiamo, ma allora... È vero, ne hai
fatti di progressi. Bene! Ci complimentiamo con te. Con tutti i tuoi problemi
hai dimostrato che, quando vuoi, puoi riuscire a realizzare anche sogni
impossibili. Avere un titolo di studio è sempre una soddisfazione. Hai imparato
tante cose nuove. Hai capito che la scuola non è solo quella fatta di banchi e
di lavagne: anche il mondo, le persone che si incontrano, le cose che si
vedono, possono insegnarci cose belle o cose brutte. Ricordi? Di imparare non
si finisce mai... Ora sei solo a metà della strada: bisogna ora affrontare la
seconda tappa, ancora più dura...». Ma nel momento dell’ultima crisi, noi
eravamo altrove... mentre la sua vita si perdeva nel tempo.
Il
giorno del suo funerale fu il trionfo dell’amicizia. Quanti ragazzi, quanti
giovani! Attorno a quella bara tanti fiori, con la stessa scritta “Gli amici...”.
Nessuno avrebbe pensato che avesse dentro una calamita capace di creare una
rete incredibile di affetti. Quelle lacrime e quegli applausi, quella presenza
composta e dignitosa in chiesa sono stati il segno della sua accattivante
simpatia.
Con
la morte di L. sembrava che il nostro progetto fosse finito nel nulla: era la
prima grandine che aveva distrutta la nostra semina. C’era aria di fallimento.
Eppure in seguito ho capito che il seme da noi gettato va oltre la persona del
ragazzo. Con i familiari è rimasto un rapporto sacerdotale commovente. Con loro
si prega sulla tomba, con loro abbiamo organizzato la santa messa del primo
anniversario; fu ricordato nella cappella del Centro, alla presenza di tanti giovani,
raccolti e devoti. Undici amici avevano lavorato per giorni a un grande murales
su di un muro del quartiere: “L. nel cuore”. Peccato che questo valore non sia
stato recepito dal suo parroco nel giorno del funerale: per la Santa Messa ci
fu proibito di concelebrare! Per convenienza, si disse! Per la gente del
quartiere L. era un delinquente e sarebbe stato uno scandalo vedere più preti
sull’altare. Fu invitato, per la circostanza, un sacerdote estraneo, che non
sapeva neppure come era il volto del giovanissimo defunto. Quante infamie
commesse e quante offese alla carità per paura del giudizio della gente!
Neppure il tempo è riuscito a lenire l’amarezza per un simile comportamento,
assurdo, in contrasto con una manifestazione di amicizia vera, in chiesa e
fuori, con un comportamento dignitoso e con una partecipazione devota e
commovente. In quel giorno ho provato un pizzico di invidia. Magari potessi
avere tanti giovani al mio funerale! Era questo il vero scandalo. Davanti a
quel fiume di solidarietà giovanile ero addolorato, ma riconoscente a Lui, per
avermi dato un pezzo di quel gregge allo sbando. Si è aperta un’altra strada
per il conte, quella lunga, eterna, dove giustizia e pace si baceranno. A noi
resta lo spettro di peccati di omissione.
Al
Centro è conservata la coppa che vinse, come miglior giocatore, a un torneo di
calcio. Ogni volta che la guardo penso al suo ultimo traguardo. La vita è un
dono, la morte è un atto dovuto, per tutti. Abbiamo fiducia che in fondo alla
strada della sua breve vita ci sia stato Lui ad accoglierlo tra le sue braccia.
Noi, forse, non ci abbiamo creduto abbastanza.
Tratto
da Alfonso Alfano, Pischelli in Paradiso.
Storie di ragazzi di strada, Roma 2000, pp. 48-53.
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